LA FONTANA DEL PARCO

LA FONTANA DEL PARCO

 

 

C'era una volta, nel parco di una piccola città, una fontana molto ma molto egoista. Da quando l'avevano inaugurata non aveva smesso di sbandierare ai quattro venti quanto fosse importante e superiore, in confronto a tutti gli altri monumenti. I suoi zampilli toccavano altezze vertiginose, che lei rinnovava continuamente, per essere ammirata.

 

A niente servivano gli ammonimenti dei saggi passeri o dei lungimiranti colombi, la fontana continuava a sprecare la sua acqua solamente per richiamare l'attenzione e quando qualche animaletto si avvicinava per dissetarsi, lei, nel timore di dover rinunciare a un po' del prezioso liquido, lo scacciava in malo modo e "Vattene!" gorgogliava furente "se hai sete rivolgiti a qualche fontanella stupida e servile, nata apposta per questo. Io sono un'artista, da me non avrai niente!" e rivolgeva il suo getto altrove.

 
Tutto l'inverno si pavoneggiò con spruzzi e zampilli arabescando, nelle notti di gelo, i bordi della vasca e il piedistallo di marmo, con goccioline ricamate. Quando arrivò l'estate, lei era ancora lì, oggetto dell'ammirazione generale.

 

Ma quello era un paese caldo, molto caldo, dove anche il sole, passeggiando nel cielo, scrutava continuamente tra il verde, alla ricerca di un po' d'acqua con la quale attenuare l'arsura. Allorché vide la splendida fontana, allungò un raggio modellato a conca e si apprestò a raccogliere l'acqua necessaria a soddisfare la sua sete. A quella vista, alcuni passeri si avvicinarono per bere e dietro questi, in ordinata fila indiana, arrivarono delle formiche operaie, superate velocemente da un gruppo di grilli saltellanti...

 
Presa d'assalto da ogni parte, la fontana si infuriò e gridò loro "ANDATEVENE! Quante volte devo ripetervi che l'acqua è mia, solo mia e me ne servo solo io!"

 
Ma la fontana non aveva fatto i conti col Sole. Alla vista di tanto egoismo il saggio Re del cielo si indignò, concentrò tutti i suoi raggi su di lei e la prosciugò all'istante. Ben presto la negletta si riempì di crepe e fenditure. Nessuno venne più ad ammirarla e giacque così dimenticata in fondo al parco. Passò l'estate, la presuntuosa fontana conobbe il silenzio dei passeri che non venivano più a rubare i suoi zampilli e la solitudine dell'acqua che non rispecchiava più l'azzurro del cielo. Arrivò nuovamente l'inverno e la neve coprì, come un pietoso sudario, le numerose ferite della triste fontana.

 
Passarono i mesi, lunghi, silenziosi, solitari... e ritornò, annunciata da un accenno di sole tiepido, la primavera. Un pomeriggio, quando ormai le gemme premevano il capino contro i rami, per affacciarsi sul mondo, sul bordo della fontana si posò un uccello migratore che, sfinito dal lungo viaggio, sussurrò "Aiutami, ti prego. Dammi solo un goccio d'acqua o morirò".

 
Destata dal leggero tocco la fontana rispose "Ahimè, amico mio, non ho niente per te. Se solo non fossi stata tanto egoista, adesso avrei potuto salvarti e invece..." e così dicendo la fontana incominciò a piangere.

 
Limpide gocce d'acqua presero a scendere prima lentamente, poi sempre più copiose, in un pianto irrefrenabile che riempì la vasca e traboccò lungo i suoi fianchi, bagnando il piedistallo di marmo, l'erba intorno, il prato, le radici sporgenti degli alberi... A quel gorgoglio tutti gli animali del Parco accorsero e, riconoscendo la "nuova" fontana, fecero una gran festa.

 
Intanto l'uccello migratore, ripreso il suo viaggio, sfrecciò verso il cielo e, da lassù, il Sole sorrise.

 


Lidia Menorello

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